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Jugoslavia: dalle origini alla sua dissoluzione

La Jugoslavia nacque nel 1918, quando, con la dissoluzione degli imperi austro-ungarico e turco, conseguente alla prima guerra mondiale. Si unirono le ex province asburgiche di Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina con gli Stati di di Serbia e Montenegro. In pratica si riunirono in un unico Stato gli Slavi del Sud (Serbi, Croati e Sloveni) e le consistenti minoranze di Macedoni, Montenegrini, Albanesi ed Ungheresi.

Dopo un tormentato periodo fra le due guerre, al termine del secondo conflitto mondiale, il 29 novembre 1945, nasceva la Repubblica Federativa di Jugoslavia, con regime socialista, formata da sei Repubbliche: Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Serbia e due regioni autonome inserite in quest'ultima, Vojvodina e Kosovo.

Il principale artefice della lotta di liberazione contro i nazisti, il "leader" comunista Tito, soprannome di Josip Broz, assunse la guida del Paese, allontanandolo gradualmente dall'influenza sovietica. Nel 1948 avvenne la definitiva rottura con l'URSS e la Jugoslavia poté intraprendere un'autonoma "via al socialismo" proponendosi, tra l'altro, come riferimento per i cosiddetti Paesi non allineati.

La grande abilità di Tito fu quella di mantenere unite, con un intelligente meccanismo di alternanza ai vertici del potere, le varie etnie presenti nel Paese: i Serbi, il gruppo più numeroso, seguiti dai Croati e, nell'ordine, ma con notevole distacco, da Sloveni, Albanesi, Macedoni, Montenegrini, Magiari, Turchi, Slovacchi, Bulgari e Italiani.

Questo delicato equilibrio di potere si ruppe nel 1980 con la morte di Tito a cui non successe alcuno in grado di mantenere unito il complesso mosaico etnico. Iniziarono così i contrasti tra Serbi ortodossi, Croati cattolici e comunità musulmane che, unitamente alla grave crisi economica di tutti i settori produttivi,
portarono ben presto alla dissoluzione della Federazione e alla creazione di cinque nuove Repubbliche indipendenti: la Slovenia (proclamatasi indipendente nel 1991), la Croazia (1991), la Bosnia-Erzegovina (1992), la nuova Federazione jugoslava (formata da Serbia, Montenegro, Vojvodina e Kosovo ed ufficialmente costituita nel 1992) e la Macedonia (proclamatasi indipendente nel 1991, ma riconosciuta internazionalmente solo nel 1993, sebbene la Grecia rivendichi la paternità della
denominazione). Nell'aprile del 1992 scoppiò il conflitto in Bosnia-Erzegovina, di cui ci occupiamo in un apposito riquadro.

Nella Repubblica di Croazia si è distinto, per la vocazione autoritaria, il presidente Franjio Tudjman che si è reso protagonista, intervenendo nel conflitto bosniaco, di alcuni successi sul piano militare: la riconquista della Krajina (4-7 agosto 1995) da dove sono stati cacciati i Serbi che l’avevano precedentemente occupata e della Bosnia occidentale realizzata nel settembre 1995.

Subito dopo le elezioni dell'ottobre '95 vinte dal partito presidenziali (la "Comunità democratica croata"), la politica del governo si è irrigidita nell'autoritarismo ed il presidente ha rifiutato di accettare la sconfitta alle elezioni amministrative di Zagabria per non confermare l'elezione di un sindaco di opposizione, né ha voluto permettere il regolare svolgimento del referendum per la riforma della Costituzione.

Dopo gli accordi di pace che, nell'autunno del 1995, hanno messo fine al conflitto in Bosnia-Erzegovina, la nuova Repubblica federale di Jugoslavia, guidata dal presidente Slobodan Milosevic, ha intensificato le su relazioni economiche con la maggior parte dei Paesi dell'Europa centrale ed orientale.

Ma nel 1996 e nel 1997 sono scoppiati alcuni contrasti interni: in Vojvodina, regione abitata in maggioranza da Ungheresi, una quindicina organizzazioni politiche e sociali hanno sottoscritto una dichiarazione per l'autonomia delle loro province; nel Kosovo, regione abitata per il 90% da Albanesi, sono scoppiati incidenti tra questi ultimi e i Serbi; infine le autorità del Montenegro hanno più volte sostenuto di non essere rappresentate adeguatamente dalle strutture federali jugoslave.

In particolare, nel Kosovo, regione che, dopo la dissoluzione dell'antica Jugoslavia e la svolta nazionalista della Serbia di Milosevic, è stata privata dell'autonomia di cui pur godeva in passato, la tensione si è acuita nell'estate del 1998, quando, in seguito alle misure repressive volute dal presidente Milosevic, 50mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case per tentare di rifugiarsi in Albania.

Intanto, soprattutto nella fascia montuosa a ridosso del confine con l’Albania, continuano gli scontri armati fra i ribelli dell'esercito di liberazione (Uck) e le milizie serbe occupanti. Sembra che i primi siano finanziati nell'armamento ed organizzati militarmente dal Partito Democratico albanese Berisha e dal re Leka, sedicente erede al trono d'Albania, mentre il loro numero è notevolmente aumentato da poche migliaia a 40mila unità, per l’adesione di uomini, soprattutto giovani, sconvolti dalla violenza della polizia serba in alcuni villaggi del Paese.

Stati Uniti e NATO sono intervenuti nella questione del Kosovo, lanciando, mediante Holbrooke, l'inviato americano a Belgrado, un ultimatum a Milosevic: nel caso in cui le milizie serbe non dovessero abbandonare il Kosovo, sarebbe attuata un'azione di bombardamenti aerei, secondo un piano già messo a punto dal generale americano Wesley Clark. Il presidente serbo ha dichiarato di accettare la risoluzione dell'ONU sulla fine degli scontri, sul ritiro delle truppe e sull'apertura di negoziati per concedere un’ampia autonomia alla regione.

La situazione resta però incerta, per la diffidenza del governo americano nei confronti della Serbia e per il rifiuto di qualsiasi eventuale ipotesi di autonomia del Kosovo, ribadito dall'Uck che punta decisamente all'indipendenza da Belgrado.

[La guerra del Kosovo e i suoi effetti sono trattati nel fascicolo d'aggiornamento]

Formato 17x24 - 288 pagine - 10 euro

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