(dal
capitolo XIII: "La Scuola di Francoforte")
Herbert Marcuse (1898-1979)
Lavora
alla Scuola di Francoforte dal 1933 al 1940 e rappresenta l’esponente che ha
dedicato più interesse alle analisi filosofico-politiche, dagli anni della
formazione a Berlino (studente universitario iscritto al Partito
Socialdemocratico e poi attratto dalle posizioni radicali della Lega di Spartaco
della Luxemburg e di Liebknecht) sino alle ultime fasi della sua vita. In lui
ben si incarna la figura di un “Ulisside della Ragione” (Giuseppe Acone,
1942-viv.). Nei primi anni del 1920 a Friburgo conosce Husserl e Heidegger alla
cui scuola matura il suo non conformismo culturale e si costruisce il metodo di
rifiutare i fatti ciechi della percezione comune, per scoprirne le strutture
razionali interne, anche attraverso uno strappo emotivo e mentale e, se occorre,
una rottura dal dato e dal fatto. Laureatosi nel 1922 ottiene nel 1932 la libera
docenza all’università, contattando Horkheimer, direttore della Scuola e
facendone parte per affinità di posizioni politiche e culturali. Intanto i suoi
studi si concentrano sull’asse Hegel-Marx, e lo portano ad analizzare la
società nei termini della dialettica materialistica, per una critica borghese
alla civiltà borghese, in vista di un mutamento rivoluzionario. Nel 1933 si
consuma non solo il distacco, ma anche il rigetto di Marcuse nei riguardi di
Heidegger. Sono tipiche le tesi che egli sostiene nel 1934 in un saggio dal
titolo “La lotta contro il liberalismo nella concezione totalitaria dello
Stato”, in cui afferma che lo sbocco autoritario della crisi dello stato
liberale in Italia prima e in Germania poi, non costituisce una contraddizione
con l’assetto politico-sociale precedente, perché l’essenza dei regimi
liberali non risiede nei principi di libertà ma in un ordine sociale basato sui
diritti dell’impresa e sulla proprietà privata. I regimi dittatoriali non
hanno leso gli interessi capitalistici, anzi li hanno difesi e sostenuti meglio
dei regimi parlamentari, per cui tra stato liberale e stato autoritario non si
è creata una grande differenza.
In
questo periodo matura in Marcuse l’interesse per la costruzione di un
“pensiero critico-negativo” nei confronti della realtà politico-sociale,
che non si limiti a descrivere ciò che appare; tema su cui ritornerà spesso,
insistendo sulla necessità di non accettare acriticamente i “fatti” che una
società ci mostra. In un saggio del 1937 “Teoria critica e filosofica”
cerca di trovare un accordo tra l’idealismo hegeliano e il materialismo
marxiano, dicendo che il primo fonda la realtà sui criteri della ragione (il
pensiero governa la realtà), il secondo che la realtà si concretizza nel
complesso delle relazioni economico-sociali (l’economia governa il pensiero).
Da qui la “teoria critica” che, unendo questi principi che sono alla base
dei due sistemi filosofici, risulta a un tempo anti-positivistica e realistica,
perché non si limita a descrivere le cose, la realtà, ma il suo intento
principale è quello di trasformarle.
Qualche
decennio più tardi, nel testo del 1964 “L’uomo a una dimensione”, egli
dirà che la lotta per il mutamento sociale deve prendere una strada diversa da
quella indicata da Marx, perché le
tendenze totalitarie della società “unidimensionale” rendono inefficace le
vie e i mezzi tradizionali di protesta. La teorie critica della società non
possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente e il futuro; non
avendo promesse da fare né successi da mostrare, essa rimane negativa. In
questo modo essa vuole mantenersi fedele a coloro che, senza speranza, (cioè
gli eterni oppositori del sistema, i reietti, gli sfruttati, i disoccupati,
ecc.) hanno dato e danno la vita per il Grande Rifiuto (inteso come),
la protesta contro la repressione superflua, la lotta per la forma definitiva di
libertà: vivere senza angoscia.
Negli
anni in cui si sviluppa il dibattito sul totalitarismo Marcuse, che dal 1940 si
è fatto cittadino americano residente, scrive un saggio pubblicato nel 1941
“Alcune implicazioni sociali della tecnologia”, in cui si anticipano alcuni
temi del celebre testo già citato “L’uomo a una dimensione” (in questo
stesso anno pubblica “Ragione e Rivoluzione”, in cui analizza il pensiero di
Hegel). Le sue tesi si incentrano sul problema che con la crescita impetuosa
della società industriale, il “razionalismo individualistico”, l’idea che
l’individuo autodetermina il suo destino individuale e sociale, è stata
travolta dai processi di concentrazione industriale, dall’affermarsi,
all’interno dello stato, di una razionalità burocratica del tutto
“impersonale”. La gente, efficacemente
manipolata ed organizzata, è libera: ignoranza, impotenza ed eteronomia
introiettata costituiscono il prezzo della sua libertà. In questa nuova
dimensione gli individui sono dominati da criteri a loro esterni e perciò sono
“eterodiretti” dal nuovo ordine sociale imposto dal meccanismo
politico-economico, che richiede che tutto sia standardizzato: ci impone cosa
comprare, quale film vedere, come divertirci, cosa pensare. Tutto sembra così
normale, ragionevole, logico e perfetto che ribellarsi è assurdo e fuori luogo.
La razionalità, ormai, si è identificata con le strutture organizzate, con le
macchine, il pensiero è diventato “strumentale”: l’“homo sapiens” si
è trasformato in “homo oeconomicus” (Smith) perché completamente
subordinato ai criteri standard di efficienza. I prezzi non sono più liberi,
l’interesse al profitto viene subordinato al piano generale; insomma tutta
l’economia è sottoposta al controllo politico. È questo il “Capitalismo di
Stato” che si è affermato negli Stati Uniti e nei regimi dittatoriali, che ha
portato ad una concentrazione monopolistica delle imprese, ha legato le classi
dirigenti al “menagement” industriale, il cui unico fine è quello di fare i
propri interessi, imponendo alla società falsi bisogni e gusti, consensi e modi
di vivere indotti, quali il bisogno di
rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare, in accordo con gli
annunci pubblicitari, di amare e odiare ciò che gli altri amano e odiano.
In tale situazione anche i sindacati operai si sono burocratizzati e, perdendo
la loro originaria fisionomia e funzione, sono diventati strutture “ligie al
sistema”, assumendo anch’esse forme autoritarie. La società che ne risulta
non possiede più spazi per manifestare il dissenso, perché la democrazia è
soffocata: i modelli più eloquenti sono gli USA
e l’URSS, ove trionfa in tutto il suo splendore la “razionalità
strumentale” (tema ampiamente trattato in “L’uomo a una dimensione”). Il
modello alternativo a questa società, scrive Marcuse, è una
società senza guerra, senza sfruttamento, senza oppressione, senza povertà e
senza sprechi. La società industriale avanzata possiede attualmente le risorse
tecniche, scientifiche e naturali che sono necessarie per soddisfare e tradurre
in realtà tali aspirazioni. Ciò che impedisce una siffatta liberazione sono
semplicemente il sistema esistente e gli interessi che operano senza sosta in
difesa di esso, impiegando a tale scopo mezzi sempre più potenti.
Nel
dopoguerra egli studia il marxismo sovietico, che ben ritrae nelle opere
“Critica della società repressiva”e “Marxismo sovietico” (1958). In
quest’ultima è detto, tra l’altro, che in URSS la dimensione romantica dell’individuo, specie nelle relazioni
erotiche, che equivalgono a fenomeni più o meno improduttivi e socialmente
inutili, è resa proficuamente conforme a un sistema di lavori politicizzanti e
socialmente utili; lo stesso linguaggio ufficiale ha assunto un carattere di
“rito” e di “magia” nel senso che la
popolazione deve agire, sentire, pensare come se la ragione e la giustizia,
proclamate dall’ideologia, fossero realtà… Il declino del pensiero
indipendente accresce in misura enorme il potere delle parole: quel loro potere
magico, la cui distruzione aveva un tempo segnato l’inizio della vera civiltà.
Queste considerazioni lo portano a concludere che il
realismo sovietico… si conforma ai modelli schematici di uno stato repressivo.
Il
tema della repressione erotica qui accennato, è oggetto di analisi nel testo Eros
e civiltà che Marcuse ha scritto qualche anno prima, nel 1955 e che può
essere definito “il libro dei misfatti del Super-Io e della ragione come
dominio e repressione”. Esso rappresenta un tentativo di sintesi originale fra
Marx e Freud, alla cui base sta la convinzione (mutuata da Freud) che la civiltà
ha potuto svilupparsi in virtù della rimozione e repressione degli istinti, del
loro incanalamente regolato e dal disciplinamento delle passioni. Eppure
– egli scrive – l’intero progresso
della civiltà è stato reso possibile soltanto dalla trasformazione e
dall’utilizzazione dell’istinto di morte o dei suoi derivati. La deviazione
della distruttività originale dell’Io verso il mondo esterno… garantisce
infine una morale civilizzata… Con l’istituirsi del principio della realtà,
l’essere umano, che sotto il principio del piacere, era stato poco più di
un’accozzaglia di tendenze animali, è diventato un Io organizzato. Ora lotta
per ciò che è utile, per ciò che può ottenere senza causare danno a se
stesso e al proprio ambiente vitale. Dal contrasto tra i due principi, che
ha impedito all’individuo la libera soddisfazione delle sue pulsioni,
limitandone la libertà, la società è riuscita ad organizzarsi ed a mantenere
l’ordine e la produttività. La prepotenza della produttività del lavoro ci
ha introdotti nell’ “era dell’angoscia”, dove tutti vivono in uno stato di anestesia generale che rende l’individuo felice.
Per
Marcuse la civiltà occidentale è stata completamente asservita al principio
della prestazione e dell’efficienza, il cui dominio ha regolato la
stratificazione sociale in base alle prestazioni economiche dei suoi membri. In
tal modo l’individuo è stato costretto ad impiegare tutte le energie
psico-fisiche per scopi lavorativi e produttivi, reprimendo così le sue
richieste umane di felicità e di piacere. Il che, indebolendo l’Eros, ha
comportato una “de-sessualizzazione” e “dis-erotizzazione” del corpo
umano, che ha condotto ad una “tirannide genitale”, ossia ad una riduzione
della sessualità a puro fatto genitale e procreativo. Per cui il vero fine del
mondo si è ridotto unicamente al lavoro e alla fatica, che perseguitano e
reprimono sempre più l’uomo, costretto a conformare la sua attività erotica
alla sua attività nella società: la
razionalizzazione e la meccanizzazione del lavoro tendono a ridurre il
quantitativo di energia istintuale incanalato in lavoro faticoso (lavoro
alienato). Da qui la necessità di trasformare l’organizzazione in
contro-organizzazione. Oggi la lotta per la vita, la lotta per l’Eros, è la
lotta politica per eccellenza in quanto la
liberazione dell’Eros potrebbe creare nuovi e duraturi rapporti di lavoro.
A sostegno di ciò egli sottolinea che nella nostra civiltà matura esiste un
“surplus di repressione”, che definisce “repressione aggiuntiva o
addizionale”, non più necessaria per la convivenza.
Occorre
riformare la morale in senso estetico e solo l’Arte, che esprime da sempre il desiderio di libertà e di creatività
non alienata, è forse il più visibile
ritorno del represso, non soltanto sul piano individuale ma anche su quello
storico e della specie… Sotto il dominio del principio di prestazione,
l’arte oppone alla repressione istituzionalizzata l’immagine dell’uomo
come soggetto libero... Il potere assimilante della società svuota la
dimensione artistica, assorbendone i contenuti antagonistici. Così mentre
Prometeo (definito da Marx “il più grande santo e martire del calendario
filosofico”) è colui che pone le fondamenta dell’evoluzione umana, l’eroe
civilizzatore della fatica, della produttività e del progresso per mezzo della
repressione, Orfeo è l’archetipo
del poeta come liberatore e creatore… la voce che non comanda, ma canta… e
la sua opera è gioco; infine Narciso vive una
vita di bellezza e la sua esistenza è contemplazione. Sia Orfeo che
Narciso, nella loro idealità, sono le immagini del “Grande Rifiuto”:
esprimono la ribellione simbolica contro la logica del lavoro e della fatica: Le
loro immagini riconciliano Eros e Thanatos. Esse rievocano l’esperienza di un
mondo che non va dominato e controllato, ma liberato. Così intesa l’Arte
è l’affermazione della vita sulla morte e, in quanto espressione della
sensibilità e della sessualità, aiuta l’Eros ad esprimersi, espandendosi in
maggiori unità nella sua lotta contro la morte.
In
una delle sue ultime opere “La dimensione estetica” (1977) Marcuse
sottolinea che l’arte autentica ha costituito sempre l’estrema frontiera
della sovversione del proibito; essa esprime un “estraniamento dalla società”,
una negatività totale rispetto
all’universo consolidato del reale, con un linguaggio che nega il linguaggio
ordinario, la “prose du monde” che evoca l’assente, l’illusorio, il
paradiso perduto della bellezza. In questo senso l’arte, poiché possiede
nella sua struttura ontologica l’elemento fondante della sovversione, può
essere vista come alleata della rivoluzione, nello sforzo di cambiare il mondo.
Il problema che si pone è quello di “ri-sessualizzare” la persona umana,
rendendole l’esistenza come un “gioco”, ossia come attività libera e
creatrice basata sulla fantasia e la spontaneità. Il gioco e la libera
espansività sono intesi da Marcuse come principi di civiltà, perché
subordinano il lavoro al libero evolversi delle potenzialità dell’uomo e
cancellano quei tratti repressivi, sfruttatori e sublimi del lavoro, che sono
identificati come valori superiori corrispondenti al principio di prestazione.
Seguendo
sempre la teoria freudiana, che analizza i conflitti all’interno dell’uomo,
più si espande la “libido”, più diminuisce “l’aggressività”; e le
attuali forme di sessualità permissiva, imposte dalla società consumistica,
che liberalizzano la morale “in alta misura”, non realizzano la profonda
aspirazione umana dell’Eros, che è quella di liberare la libido repressa, per
cui l’uomo è costretto a cercare altre vie di espressione nell’aggressività.
Ora, poiché non esiste più il bisogno di sublimare le pulsioni sessuali (cioè
deviarle dalla loro meta originaria) perché tutto è permesso (ma solo in
apparenza, in quanto tutto è “amministrato” dalla logica della propaganda e
dal commercio), esiste per Marcuse una falsa libertà sessuale, che lui chiama de-sublimazione repressiva,
la quale mentre intensifica l’energia sessuale diminuisce quella erotica. Il
trionfo completo di questa “razionalità”, da lui definita
“strumentale”, è analizzato nel testo “L’uomo a una dimensione”,
pubblicato nel 1964, anno in cui diventa docente all’università di Berkley in
California, che reca per sottotitolo “L’ideologia della società industriale
avanzata” e a cui fanno seguito molti saggi ad esso collegati. Questo tipo di
razionalità, creata dalla scienza industriale avanzata, che ha assorbito il
soggetto nell’oggetto, il pensiero critico nell’apparato tecnologico e
politico, è riuscita nel suo intento di integrare tutte le classi sociali, di
sopprimere il dissenso, di ingabbiare ogni individuo nel modello di vita
dominante, di dare a tutti l’illusione di essere felici e di ottenere ciò che
si desidera e, non ultimo, di ossificare
l’universo linguistico nella direzione della quantità più che della qualità.
Tutto ciò ha creato l’uomo “mutilato” e “banalizzato”,
“manipolato” e “alienato”, ridotto a una sola dimensine, da una società
avanzata estremamente controllata ed amministrata, in cui l’apparato
produttivo tende a diventare totalitario nella misura in cui determina non
soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti,
ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali. Il termine totalitario,
infatti, non si applica soltanto ad una organizzazione terroristica della società,
ma anche ad una organizzazione economico-tecnica, non terroristica, che opera
mediante la manipolazione dei bisogni da parte di interessi costituiti.
Nell’odierno neo-capitalismo azionario, neo-colonialistico ed imperialistico,
dal gigantesco e globalizzato sviluppo economico in cui opera un falso
benessere, la nostra mente di “cittadini consumatori”, “assorbita dalla
comunicazione e dall’indottrinamento di massa”, ha perso la sua
“dimensione interiore” e con essa la capacità di pensare criticamente, per
cui, mai come ora, si è verificato un “dominio ideologico” sia da parte
delle classi dirigenti, sia dal capillare e martellante apparato di persuasione,
che ci rendono schiavi del sistema ed incapaci di organizzare la nostra
esistenza in modo autonomo e differente. Nemmeno la Filosofia
si è salvata: anch’essa è stata ridotta a una dimensione, perché divenuta
la filosofia “positivistica della razionalità tecnologica e della logica del
dominio”. Il suo compito terapeutico – scrive – sarebbe un compito politico, giacchè l’universo stabilito del
linguaggio comune inclina a coagularsi in un universo totalmente manipolato e
indottrinato. La politica apparirebbe quindi nella filosofia… come l’intento
concettuale di comprendere la realtà non mutilata.
Da
ciò si capisce che Marcuse, fedele allo spirito della Scuola di Francoforte,
affida alla filosofia il potere “negativo” di porsi in modo critico nei
confronti del reale, in quanto capace di concepire e strutturare situazioni
molto diverse da quelle presenti e di prospettare alternative più giuste e
razionali. Il ruolo ed il significato della ragione è quello di essere negazione
della negazione, che consiste nel rifiutare
ciò che è presente per far vivere ciò che è assente. In questo
atteggiamento si pone il proletariato e tutte le forze di opposizione di questo
mondo, che si impegnano nell’abbattimento del negativo, del contraddittorio,
dell’ingiusto, dell’irrazionale, del repressivo, del totalitario e di quanti
ostacolano il pieno soddisfacimento dei bisogni dell’uomo. Visto che non vi
sono vie di uscite in questo “universo totalitario”, dove trionfano il
pragmatismo ed il positivismo logico, i percorsi di liberazione possibili,
proposti da Marcuse, per iniziare un’opposizione rivoluzionari, sono diversi
da quella indicata da Marx, perché la classe operaia nei paesi capitalistici
avanzati è ormai pienamente integrata nel sistema. Indica, invece, tra gli
affossatori del sistema, i settori emarginati di questa società, tra cui la
gente dei ghetti e del terzo mondo, i
ripudiati e gli stranieri, gli sfruttati e i perseguitati di altre razze e di
altri colori, i disoccupati e gli inabili al lavoro. Essi esistono al di fuori
del processo democratico; la loro vita rappresenta la più immediata e reale
esigenza di porre fine a condizioni e istituzioni intollerabili. Per questo la
loro opposizione è rivoluzionaria, anche se non lo è la loro coscienza.
Manca ad essa, come pure ai gruppi spontanei della rivolta giovanile e alle
tendenze anarchicamente disorganizzate, la potente energia che può venire solo
dagli intellettuali di qualsiasi livello, che possono costituire una vera e
propria avanguardia culturale dei processi di liberazione umana. Tutti costoro,
che rappresentano la negazione determinata
del superuomo nietzschiano, possono rappresentare quel potenziale esplosivo
che Marcuse racchiude nella formula del Grande
Rifiuto e possono realizzare “quell’utopia” finora
“inafferrabile”, intesa come “contestazione permanente”, “progetto
extra-storico”, sintesi di Ragione e di Eros, avvento di un nuovo socialismo
che liberi l’uomo dal dominio irrazionale delle cose sull’uomo, ipotesi di
poter “alzare il tetto del mondo”
fra la vita e la morte, nel senso di riconsiderare il tempo spazio come
struttura e barriera dell’esistenza e riuscire a spezzare la tensione tra
finito e infinito, tra reale e ideale, che ha sempre caratterizzato la storia
degli uomini.
Questo enorme e dirompente
complesso di idee politico-sociali si diffonde rapidamente in USA e in Europa,
divenendo patrimonio di una grande moltitudine, specie quella studentesca, di
per sé già insoddisfatta e “gonfia” di disagio esistenziale, che
nell’autunno del 1964, nell’università di Berkley (anno in cui Marcuse vi
inizia ad insegnare e ove pubblica “L’uomo a una dimensione”) dà
l’avvio a quella contestazione che si propaga in Europa soltanto nella
primavera del 1968, dietro anche l’esempio della rivoluzione culturale
avvenuta in Cina, ad opera di Mao Tse Tung, negli anni 1966-68, che vede
coinvolti studenti, soldati e contadini. Tuttavia è a Parigi che si ritrovano
uniti nella lotta studenti e operai in sciopero elevando barricate e innalzando
la bandiera rossa sulla Sorbona occupata, sebbene abbiano rivendicazioni diverse
che si risolveranno in esiti diversi. Nel famoso maggio francese Marcuse vede la
prima grande verifica storica della sua filosofia: vede il valore creativo e
tramutativo della rivoluzione giovanile studentesca. Il suo nome diventa il
simbolo del filosofo del sessantotto
che proclama le formule di tono eracliteo: la
verità è l’insieme (il tutto), l’insieme è falso, il tutto è quello del
presente-passato dei padri e delle madri e dei padri dei padri, ecc., ed
altre ancora come: il vero positivo è la
società del futuro, occorre abbattere il tutto con una frattura radicale, per
ricostruire il tutto. Molti suoi scritti, tra cui “Eros e civiltà”,
“L’uomo a una dimensione”, “Etica e Rivoluzione” (1964), e “La
tolleranza repressiva” (1965) si rivelano fecondi e in sintonia con le idee e
le speranze dei giovani in rivolta, svolgendo una funzione di guida e di
“carica” anche per le avanguardie intellettuali che, in quel periodo, sia
pure per una breve stagione, guidano la protesta.
Si dà il via ad una radicale
critica delle idee pedagogiche, tecniche e didattiche che regolano gli istituti
educativi, delle loro tradizionali gerarchie e del loro “controllo repressivo
e burocratico”. Tale “rifiuto” investe tutte le scienze umane ed i
soggiacenti rapporti sociali, e si estende anche alla famiglia e all’intera
società, mettendo in discussione molte idee dominanti che riguardano anche la
centralità del matrimonio, i tabù sessuali e persino gran parte dei valori su
cui si regge la società civile industriale. La condanna colpisce in blocco
sindacati, partiti, parlamenti e ceti dirigenti, perché tutti ingranaggi e
strumenti della dominazione: in poche parole si denunciano i soprusi
“dell’esistente contro l’essente”.
Scrive il filosofo marxista
Louis Althusser (1918-1990), all’indomani del ’68: Lo scontro di maggio… è il più grande avvenimento della storia
occidentale dopo la Resistenza e la vittoria sul nazismo. Gli studenti
francesi, col chiedere tutto e subito,
di fondare il potere sulla fantasia e sull’immaginazione, colpiscono al cuore
l’esistenza dell’apparato repressivo sia politico che culturale e
industriale. La loro azione, seppure sostanzialmente non approda a grossi
risultati, costituisce un punto di svolta nella trasformazione della cultura
tradizionale e nella vibrante denuncia di tutte le ideologie e le organizzazioni
che subordinano lo sviluppo sociale e la solidarietà tra gli uomini a puri
interessi di parte e ad esclusivi scopi di profitto.
In Italia l’insurrezione
studentesca parte dal rifiuto dell’insegnamento impartito in forme autoritarie
e dei connessi problemi della didattica, nonché dei pregiudizi di classe
radicati nel sistema scolastico e, non ultimo, di un costume sociale considerato
mediocre, meschino ed oppressivo. Siffatta denuncia è formulata apertamente dal
coraggioso sacerdote cattolico don Lorenzo Milani (1923-1967), che nello scritto
“Lettera a una professoressa”, pubblicato nel 1967, offre al movimento di
contestazione giovanile un enorme patrimonio di idee ai fini di una lotta che
abolisca l’autoritarismo borghese, i vecchi meccanismi ed i valori più
consunti del potere della cultura occidentale, e diffonda tra i giovani valori
di solidarietà, quali la lotta all’ingiustizia, all’individualismo ed al
consumismo del capitalismo maturo. La protesta assume una dimensione corale
nelle università non senza scontri e riesce, in linea di massima, a raggiungere
gran parte dei traguardi prefissati, come l’adeguamento, anche se molto
graduale, della scuola alla realtà moderna e, soprattutto, più allineata alle
richieste del mondo del lavoro. Gli studenti conquistano nuovi spazi di
autonomia e di gestione diretta dei problemi della scuola, ma la conquista forse
più importante è la presa di coscienza che la lotta contro il sistema
capitalistico richiede l’alleanza tra studenti e operai.
A Varsavia, a Praga e in
Cecoslovacchia la contestazione assume forme di autodistruzione personale nei
gruppi della gioventù studentesca, che nella tristemente nota “primavera di
Praga” tenta di realizzare un nuovo modello di socialismo, che viene chiamato
“dal volto umano”. Questa iniziativa viene soffocata dal massiccio
intervento militare sovietico, che il 21 agosto ristabilisce lo “status
quo”, per cui si parlerà dopo di “primavera uccisa”.
In uno dei suoi ultimi scritti, dal titolo
“Controrivoluzione e rivolta” (1972), affiora un ripensamento di parecchie
delle tesi sostenute da Marcuse fino al 1968. Prendendo le distanze dagli esiti
terroristici di alcune frange dell’estremismo di sinistra, si convince che il
mutamento radicale di mentalità, il “salto qualitativo dell’esistenza”
deve avvenire prima di tutto nelle coscienze. Siccome il proletariato non è più
classe rivoluzionaria, egli prevede, non senza una punta di amarezza, che la
prossima rivoluzione terrà occupate generazioni e generazioni, perché
investirà vasti strati sociali anche dei paesi emancipati e cosiddetti
opulenti.