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NESSUNA SPESA DI SPEDIZIONE
E IN PIÙ: |
Era l'ultimo giorno della prova orale. Le
sottocommissioni impegnate di pomeriggio manifestavano nervosismo, nondimeno i
candidati. Si operava alla rinfusa. Stanchezza a parte, la motivazione stava
nella partita di calcio, che sarebbe andata in onda - diretta tv - alle
diciotto. In palio la coppa UEFA. Cosa estremamente
importante, se si considera che il calcio da noi - e non solo - costituisce lo
spettacolo più sconvolgente. La rappresentazione si crea attimo per
attimo nello stadio, sotto gli occhi dei tifosi. L'azione, imprevedibile, genera
colpi di scena e suspance. Momenti frenetici, canti, gridi, applausi e insulti
sono la goduria delle masse. Come resistere alla tentazione di assistere alla
partita? «C'è qualcosa che non va. Serpeggia una
certa agitazione» disse il presidente, fermandosi sulla soglia. «Fa finta di non sapere? Da buon italiano
non può ignorare che stasera si decide se andremo in finale. Questione di
vita o morte! La Germania non scherza mica!» rispose Paride Cazzador,
allenatore dei “Pulcini” e responsabile regionale di pallamano. «Capisco. Ma cerchiamo di lavorare in modo
equilibrato e di non perdere le staffe. Mancano quattro ore circa all'inizio
dell'incontro, possiamo e dobbiamo contenere lo spasmo. Sic stantibus
rebus, nel nostro Paese bisognerebbe sospendere ogni attività, paralizzare
i servizi, tutte le volte che si gioca. E' il caso di dire che viviamo nel
pallone! ». «Non proprio, ma... La solitudine genera
angoscia e spesso si e soli pur stando insieme agli altri. Abbiamo bisogno di
ritrovare i nostri istinti... liberare i nostri riflessi... difendere in
qualche maniera l'ozio umano, prodotto dalla società industriale. In fondo si
tratta di elementari esigenze psicologiche e biologiche. Ho studiato all'ISEF
queste cose». «Bravo!
La scuola esige di tanta scienza e saggezza, visto che lo stadio diventa
spesso teatro di violenza. Lo spettatore, a mio avviso, deve imparare a fare lo
spettatore. Quasi sempre, invece, la sua identità si perde nella massa
indifferenziata. Scoppia il desiderio di liberarsi dalla routine quotidiana,
dando sfogo alle emozioni. E quando cresce a dismisura l'ostilità e
l'avversario viene considerato nemico, la situazione è destinata a
degenerare. Così lo spettacolo sportivo, ahimè! si trasforma in mattanza. «È una verità inconfutabile: nei luoghi
affollati cova la "tensione psichica", perché si vogliono provare
emozioni clamorose. Ci esperti del problema sono convinti, e non hanno torto,
che l'impeto dell'irrazionale e l'imitazione acritica di taluni atteggiamenti,
determinano una deleteria dinamica di grappa. Questa, a sua volta, fa
leva sugli istinti, eccita i sensi ed esclude la razionalità. «Diventa più facile, in tal modo, entrare
nella spirale della violenza, che colpisce lo spirito della competizione
sportiva. Un insigne studioso, Lewis Numford, afferma che la passione per gli
spettacoli circensi appartiene a quelle civiltà che vanno perdendo il loro
vigore. Sono del parere che si debba riflettere... e moltissimo». «Allora chiudiamo tutti gli stadi del
mondo, caro presidente?». «No. Ma occorre tanta Educazione, o meglio
formazione civica. Negligenza, faciloneria, incuria del patrimonio collettivo
vanno arginati, questi mali, con l'incessante stimolazione della sensibilità
sociale. È chiaro che le Olimpiadi fabbricano professionisti, mentre le
società calcistiche si trasformano sempre più in S.p.a., tese ad investire
iperbolici capitali, per creare miti. Moderazione, moderazione ci
vuole, Cazzador!». «Tutto sommato abbiamo bisogno di sognare,
per vivere meglio!» rispose con fermezza il docente, mentre riprendeva il suo
posto tra i colleghi. Alle diciassette e trenta, erano spariti
burattinai e burattini, diretti ai teleschermi di casa, dei bar, delle piazze...
avidi di emozioni straordinarie. Blasetti, ordinate le carte, rimase in
compagnia di Bevilacqua, per godersi l'incontro internazionale in santa pace,
nell'aula polivalente. Era un modo per chiudere in bellezza la giornata,
l'ultimo round della sessione. I disturbi del traffico esterno non gli
impedirono di partecipare alle alterne vicende delle star del pallone. I guai,
però, iniziarono alla fine della partita, per l'incontenibile esplosione di
caos, dovuta alla vittoria degli azzurri. Lunghissime file di macchine e di
serpeggianti scooter inaugurarono il narcisismo meccanico di centauri
irresponsabili, nelle folle corsa senza meta. Sorpassi micidiali,
strombazzamento di clacson, eccitazione, frenesia, delirio collettivo! Il tricolore del belpaese sventolava
dappertutto, copriva lunghi cortei, ornava balconi e finestre. Lo scenario richiamava alla mente il
Risorgimento italiano, ma lo spirito era per lo più teppistico. Un particolare colpì Blasetti, incollato
alla finestra: moltissimi ragazzi – nutrita rappresentanza della “Pellico”
– urlavano come forsennati, indirizzando agli sconfitti slogan e gesti di una
volgarità inaudita. Sembravano assatanati. Alcuni si esibivano addirittura in
pericolose acrobazie, tra striscioni e bandiere, mostrando muscoli e tatuaggi. «Scuola italiana moderna!» sospirò
innervosito il preside. Bevilacqua, che seguiva con distacco il
“torneo”, disse la sua: «Se questa è la civiltà, occorre
assegnare il premio Nobel agli zulù». «Siamo in pochi ad essere d’accordo. Se
ci sentissero gli scalmanati, rischieremmo il linciaggio! Bisogna far festa, si
capisce, ma non è questo il modo. A tutto c’è un limite!». La giostra infervorò i circensi in
scorribande fino alle ventidue, quando le tenebre erano ormai profonde. Blasetti,
in attesa, che la strada si liberasse dalle orde, giunse a casa molto tardi. Formato 15x21 - 160 pagine - 10 euro
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